
Cara amica,
Benvenuta. Ho letto con attenzione la tua risposta. Non credo che siamo poi così lontani quanto ad idee, almeno non su ogni punto.
Hai ragione, ad esempio, sulla donna mercificata; le portatrici di culo di cui parlavo nel post precedente (nota linguistica: pensa che il correttore di word continua a sottolineare la parola
culo!)
sono infatti donne tristemente oggettificate e ridotte ad una frazione fisica di loro stesse. Io facevo innanzitutto notare che il dar giudizi su questa o quell’altra parte del corpo è qualcosa di umano, e d'altra parte, a voler essere rigorosamente contro, anche un concorso di
bellezza dello sguardo dovrebbe irritare. Non negherai inoltre che anche gli uomini musulmani hanno i loro canoni per giudicare una donna “pezzo per pezzo” anche se poi la cosa rimane “per la strada” e non si è ancora arrivati a una trasmissione televisiva che dia risalto alla cosa. E immagino anche le donne musulmane giudichino qualche a volta l’uomo “a pezzi”. (Ad esempio l’amatissimo e popolarissimo cantante Amr Diab non è gobbo e stortignaccolo, tutt'altro - è dovuto solo alla bella voce il suo successo?). Quindi, da un lato l’apprezzamento puramente fisico delle natiche non è necessariamente un segno di decadenza, e, dall'altro, se segno di decadenza è in quanto una singola parte del corpo è impiegata come unico metro di giudizio di una persona, questo si ha comunque anche nei Paesi islamici. Insomma: sdrammatizziamo un po’.
Passiamo ad argomenti più profondi, che prescindono dalla specifica questione delle natiche esibite in tv.
Parliamo della condizione della donna secondo l’Islam. Hai ragione sulla inaffidabilità metro di giudizio che si impiega per valutare la libertà della donna e sulle miopi facilonerie in cui si incorre nel farlo.
La donna non è più libera quanto più si può scoprire. E nemmeno è più realizzata quanto più può salire, o di fatto sale, gli scalini della gerarchia di un’azienda o di uno stato. Io sono figlio di una casalinga che ha rinunciato al lavoro per seguire meglio la mia educazione e che ha una ricchissima vita spirituale, molto più, credo, di qualche ministra o di qualche manager - da una simile stortura di ragionamento mi sento esente.
E gli occidentali superficiali lo dimenticano. Però anche tu sei fluttuante: se tu fossi relativista in modo coerente ("le donne musulmane hanno un metro, le occidentali un altro, e ciascuna è contenta con quel che ha") non dovresti nemmeno chiedermi se ci sono poi così tante in posti prominenti nella politica occidentale, né menzionarmi le donne in posizioni di successo.
Se si è coerenti col ragionamento dei “due metri” domande così diventano irrilevanti. E comunque, la risposta è, donne in politica nel mondo arabo ce ne sono, sì, io so almeno di quelle in Egitto, ma prima che se ne veda una alla presidenza (come la Tatcher, come la Merkel) di uno Stato si può aspettare che torni il Profeta.
Specifico tuttavia una cosa:
se anche esistesse un metro di giudizio assoluto,
e in base a quello emergesse che le donne in Medio Oriente sono “meno realizzate”, ebbene questo non giustificherebbe alcuna aggressione da parte dall’Occidente. Lo dico per limitare il discorso alla mera discussione sulla condizione della donna perché è chiaro che molti compiono una serie di passaggi argomentativi e ideologici del tipo “la donna nella società islamica è inferiore”
ergo “la società islamica in toto è inferiore”
ergo “si può / si deve attaccare la società islamica con la violenza o con altri mezzi”. Non sono così rozzo.
Hai anche ragione sulla
paradossale modernità del Corano a cui nessuno pensa, di primo acchito. Il Corano fu un grande miglioramento, una eccellente innovazione, dal punto di vista legale. Ad esempio si scaglia contro l’uso orribile di uccidere le neonate, vigente nell’epoca precedente al Profeta, che le rivelazioni cancellarono. La donna della società preislamica non se la passava affatto bene (ma ancora - la prima moglie del Profeta, Khadija, era una ricca commerciante, vedova. Anche questo è un punto che può far riflettere).
Ma è il seguente che ritengo l’argomento più forte, e vorrei che su questo ci si concentrasse. Parli anche tu di rispetto per la donna.
Se ammetti che la donna possa essere rispettata (qualunque cosa si intenda per rispetto), ammetti anche che ci siano anche casi in cui la donna può NON essere rispettata E questo può purtroppo accadere anche nell’ambito famigliare - pure il Corano menziona l’eventualità di maltrattamenti da parte dal marito (vedi IV,128).
Ebbene, in questo caso si misura la libertà e la tutela della donna (quindi il rispetto stesso!) dalla facilità che la donna ha di liberarsi del non rispetto di cui potrebbe trovarsi ad essere vittima. E qui si cade; perché le leggi islamiche nel divorzio favoriscono inesorabilmente il marito. Questo non è nemmeno uno di quei punti ambigui, moderabili (si sa che il Corano ha infatti versetti che ne abrogano o almeno mitigano altri), ma è scritto, e salmodiato, chiaro e tondo.
Il divorzio islamico, stando alle parole del Corano che ha pure una sura (la LXV) che ne prende il nome, è, sì, meno brutale di quanto si pensi; c’è un periodo di riflessione che l’uomo deve rispettare perché potrebbe voler ritornare su suoi passi, poi la donna deve ricevere il necessario per la sussistenza, e infine si parla di trattare la ripudiata con
gentilezza -il che fu un enorme miglioramento rispetto alla società venuta prima del Profeta.
Ma si parla di ripudio solo come un atto che può provenire dal maschio. Questo ha conseguenze non trascurabili. Se un uomo maltratta la moglie questa non può liberarsene facilmente, il ripudio deve ottenere il consenso… di lui! Scatta allora un meccanismo sociale viziato. Difficile che l'uomo acconsenta, visto che il divorzio è per lo meno una seccatura, inoltre non è socialmente onorevole, suscitando malelingue e pettegolezzi (come da noi). Nel caso invece dia l'assenso, ci si inventa qualche responsabilità che ricada sulla donna. Politica del male minore: se riprovazione sociale deve essere, almeno che
la moglie sia vista come chi ha sbagliato. E se risulta che la colpa è della moglie, ovvero che è una
cattiva moglie, la sua posizione giuridica scade ulteriormente. Come appunto il giudizio della gente su di lei, che è influente anche per quanto riguarda le
chances che quella ha poi di rimaritarsi, questione non secondaria: dopo che sei stata vittima di una "mancanza di rispetto", quanto riesci a uscirne a testa alta? Quanto puoi rifarti se sei una divorziata?
C’è un senso unico, uno squilibrio, nel divorzio islamico ma in generale nel matrimonio, che non è mai considerato con attenzione. Le donne che elogiano l’Islam, appartenendovi, e sottovalutano questo punto, o sono islamiche che vivono secondo leggi occidentali (perché convertite, perché immigrate) oppure vivono nella legge islamica ma pensano egoisticamente e ingenuamente che la cosa non è rilevante perché tanto loro marito non potrebbe mai dare loro motivo di volerne divorziare: in ogni caso una forma di egoismo, di miopia. Nota che lo squilibrio che c’è nel matrimonio si riflette anche sul suo inizio, dal momento che non è la donna che sceglie. E anche questo è un punto da non trascurare.
Mi dici poi che ti rotoli dalle risate leggendo che io penso che un imam “rompe le scatole”, come se fosse una mia ingenuità… Gli imam (altra parola che word sottolinea! Si dovrebbe fare una ricerca di antropologia culturale, su questo) gli imam, dicevo, di questi affari, del “come ti devi comportare” si occupano eccome. Non necessariamente con le buone. Se poi malauguratamente vogliono usare le cattive difficile che qualcuno li fermi. Non puoi negare il loro ruolo sociale molto forte e non sempre positivo.
Torniamo alla questione della donna, in relazione a quest'ultimo punto: se nel mondo arabo ci sono stati dei provvedimenti che sono stati portati avanti per tutelare sempre più la donna per quanto riguarda il divorzio, non sono certo stati portati avanti da degli imam. La donna, nella società che essi controllano, è rispettata (almeno secondo criteri intra-islamici) tuttavia “gli uomini sono un gradino più in alto”: parole di Dio per bocca di Muhammad (Sura II, 228). Se si ragiona su questa base è difficile poi che si prenda in considerazione la condizione della donna come qualcosa cui possono essere apportate modifiche.
E l’immobilismo non è mai un valore positivo. Rispetto vuol dire non solo
garantire una condizione ma anche problematizzarla, metterla in discussione,
sapersi chiedere se va bene così o se per caso non si può fare qualcosa di più - però se si è convinti che la condizione è quella perfetta, in quanto stabilita da Dio, non vi si pone mai mente in modo flessibile. La si dà per scontata. Dare per scontato qualcosa non vuol dire prenderlo sul serio.
Un'altra riflessione, sempre in questa vena. Parliamo di chi vive non con addosso il semplice velo, ma
completamente coperta. Una donna celata da un
niqab è sì tutelata da certe osservazioni pesanti o dal condizionamento esteriore e superficiali da parte della moda. Non corre il rischio di essere come quelle tristi ragazzotte di Salsomaggiore. Ma è anche una donna di cui non puoi vedere se piange, o se è pallida perché sta male, è un essere a cui tu (uomo o donna) non puoi offrire il tuo aiuto - perché non ti accorgi facilmente che ne necessita!
Vi rendete conto della distorsione percettiva e quindi delle idee, della sensibilità, che è indotta dalla pratica di coprire le donne dalla testa ai piedi? Come si fa relazionarsi alla donna con consapevolezza se le "donne" sono innanzitutto "quelle di casa mia" e per il resto sono "quell'insieme indistinto di esseri coperti di stoffa che vedi fuori"? Che hanno un viso solo tra le mura di casa, di cui pensi pertanto "se hanno problemi ci penseranno i loro padri o mariti"?. Io trovo che la copertura integrale sia un'arma a doppio taglio, tutela, sì, questo può essere sostenuto con una certa efficacia, ma lascia anche tremendamente sole, e induce all'essere ignorate da parte degli altri. Questo intendevo quando parlavo della "negazione di identità" a causa del
burqa o del
niqab. Non mi pare un argomento che si possa facilmente liquidare. Oppure, ancora, si presuppone che una donna non starà mai male, non avrà mai un disagio, e che nel caso tutto deve essere risolto e si può risolvere in famiglia? Oppure si dirà "Beh, se una donna ha bisogno di aiuto te lo chiede?". Miseri, egoistici ragionamenti...
Un altro paio di notazioni: se si dice che la donna coprendosi, è protetta e rispettata, questo significa anche che si ha una concezione non lusinghiera del maschio, come se potenzialmente la visione di qualunque porzione di pelle femminile scoperta facesse di lui un bruto, come se l'irrispetto fosse una tendenza irrefrenabile il cui scatenarsi è direttamente proporzionale alla visibilità del corpo femminile. Ben misera visione allora! Oppure la donna è coperta perché sia vista solo da uno, il marito? Quindi nel matrimonio la donna è
cosa del marito?
Si noti che sto parlando della copertura totale, la quale però non è univocamente prescritta dal Corano, che ordina di usare dei
mantelli (
jilbaab - XXXIII, 59), e coprire le "parti belle" (XXIV, 31). Così che poi una tradizione fondamentalista, per andare sul sicuro, (e, sospetto, anche per ingabbiare socialmente la donna), ha pensato bene di coprire
tutto.
Credo invece che il velo (nonché un abbigliamento sobrio: non sto affatto sostenendo una
mise da Salsomaggiore!)
sia accettabile, ammesso che portarlo sia frutto di genuina scelta; e dirò di più, una posizione che forse scontenterà alcuni, anche se ho delle forti obiezioni di fondo rispetto alla religione,
pragmaticamente lo accetterei anche nelle scuole.Facciamo infine un esempio concreto di immobilismo nocivo, tornando sull’
infibulazione (anche questa parola word la corregge…) della quale tu taci, forse perché sei disinformata. (E se non lo sei vorrei che ti esprimessi al riguardo). E’ una pratica che
non ha alcuna base coranica (e che può essere adottata anche dai cristiani di quelle latitudini, ecco perché nel titolo sarebbe stato meglio parlare di società araba in generale).
Pratica che consiste nella cucitura o mutilazione dei genitali femminili, effettuata su bambine (quindi è imposta, perché per le bambine non si può parlare di scelta consapevole). Non c’è paragone con la circoncisione (anch’essa peraltro discutibile)
in quanto è molto più dolorosa e nociva alla salute - se non vogliamo parlare della vita sessuale anche solo dal punto di vista della meccanica dell'atto riproduttivo e non del piacere. Essa è almeno in alcuni Stati formalmente proibita. La conseguenza è che la si pratica negli ospedali sottobanco, o la effettuano delle praticone di villaggio prive della benché minima nozione di anatomia e di profilassi - ammesso e non concesso che una mutilazione genitale in ambiente antisettico e in anestesia sia accettabile. Questa pratica, lo ripeto, non ha base coranica ma solo una ambigua giustificazione nella tradizione. Ebbene, io scommetto che le iniziative che hanno portato alla proibizione formale inefficace, lo ripeto!) di tale pratica NON sono state portate avanti prevalentemente da degli imam, i quali pure dovrebbero non solo conservare la parola di Dio ma anche distinguerla dalle aggiunte spurie; e
tutto questo se proprio vogliamo metterla sul piano della religione senza pensare alle sofferenze delle mutilate, che ovviamente sono ciò che più conta.
E sospetto anche che la contrarietà di principio a tale pratica sia pure essa non molto diffusa tra gli imam. L’argomento è lungi dall’essere esaurito, ma per oggi termino qui sperando di avere chiarificato a sufficienza le mie posizioni e di avere fornito qualche spunto di riflessione in più.
Grazie ancora per avermene dato l’occasione e a presto, anche sul tuo blog.